TRIORA 

 

CURIOSITÀ

 

Altitudine: 780 m s.l.m.

Popolazione: 408 anime.

Nome abitanti: trioresi.

Storia/Folklore: processo alle streghe del 1587.

Peculiarità: lo stemma araldico rappresenta Cerbero e richiama la possibile origine del nome (tria ora=tre bocche).

Prodotti tipici: pane di Triora, ardesia.

Evento: Il Crepuscolo dei Folli

Location: centro storico, boschetto.

 

IL PROCESSO ALLE STREGHE

 

Verso la fine dell'estate del 1587, durante una carestia che aveva duramente provato la popolazione triorese e che durava da oltre due anni, gli abitanti di Triora, particolarmente stremati, iniziarono a sospettare che a provocare la carestia che stava flagellando le campagne del paese fossero state delle streghe locali, dimoranti nel quartiere detto della Cabotina. Dopo essere state individuate, le streghe trioresi vennero subito additate alla giustizia. Il Parlamento generale, dopo essersi riunito, affidò al podestà del paese Stefano Carrega l'incarico di fare in modo che le streghe venissero sottoposte ad un regolare processo e stabilì anche la somma di denaro occorrente per lo svolgimento del processo.

 

Carrega chiamò allora il sacerdote Girolamo Del Pozzo, in qualità di vicario del vescovo di Albenga, dalla cui curia dipendeva Triora, e un vicario dell'Inquisitore di Genova. I due vicari, giunti a Triora ai primi di ottobre, iniziarono quindi il processo dopo che Del Pozzo, con una infuocata predica nella chiesa della Collegiata, aveva denunciato le diaboliche "malefatte" operate dalle streghe a Triora eccitando in tal modo la collera del popolo triorese verso di loro.

 

I due vicari fecero allora arrestare una ventina di streghe, che vennero subito rinchiuse in alcune case private adattate a carcere, dichiarandone subito colpevoli tredici, più quattro ragazze e un fanciullo. Dal momento però che tali streghe venivano sottoposte ad atroci torture ed avevano denunciato diverse "complici", tra cui non poche appartenenti alla nobiltà locale, la popolazione triorese iniziò ad intimorirsi e a nutrire dei dubbi sulla corretta condotta dei due vicari tanto da indurre il Consiglio degli Anziani, un organismo che rappresentava le famiglie più altolocate e benestanti di Triora, a intervenire presso il governo di Genova affinché questo facesse interrompere un processo che non dava più alcuna garanzia, soprattutto in merito all'incolumità fisica delle streghe, tra le quali una, Isotta Stella, era morta in seguito alle torture subite, e un'altra era deceduta per le ferite riportate nel gettarsi da una finestra per sfuggire ai suoi aguzzini.

 

Il 13 gennaio 1588, con una lunga lettera inviata al governo genovese, gli Anziani di Triora espressero le loro lamentele in merito alla condotta dei due vicari, giudicata eccessivamente severa nel valutare la colpevolezza delle streghe, che erano state arrestate solo in forza di indizi molto dubbi o perché denunciate da altre donne sottoposte ad indicibili tormenti ed erano costrette a rimanere in carcere nonostante non avessero confessato alcun crimine. Gli Anziani rimproverarono inoltre ai due vicari il fatto di tenere ancora in prigione donne che, per quanto tormentate, non avevano confessato niente e di non riconoscere innocenti delle deboli donne che avevano confessato e ritrattato in mezzo ad atroci tormenti.

 

Il doge e i governatori genovesi, dopo aver ricevuto la lettera degli Anziani di Triora, scrissero il 16 gennaio una lettera al vescovo di Albenga Luca Fieschi, facendogli presente le proteste che aveva causato il comportamento del suo vicario Girolamo Del Pozzo a Triora. Il 25 gennaio il vescovo Fieschi inviò a Genova una circostanziata lettera scritta da Del Pozzo, con cui il vicario ingauno si giustificava del suo operato ispirato, secondo lui, a criteri di legalità e giustizia e non condizionato dalle decisioni del Parlamento triorese, discolpandosi in particolare dall'accusa di aver torturato ingiustamente con la tortura dei tratti di corda le streghe incarcerate, tra cui, come si è ricordato, la sessantenne Isotta Stella, che era morta proprio in seguito ai patimenti subiti, e la donna che si era gettata dalla finestra, di cui Del Pozzo giustifica la fine dicendo che si era buttata non per paura delle torture che le si minacciavano, ma perché "tentata" dal diavolo. Il vicario si discolpò anche dalle accuse di non aver provato a sufficienza la colpevolezza delle donne incarcerate e torturate, che, tenne a sottolineare, erano in numero inferiore a quello che si voleva esageratamente far credere.

 

Il nuovo atteggiamento assunto da Del Pozzo placò comunque l'ira del Consiglio degli Anziani, che in una lettera al governo genovese del 20 gennaio, si diceva sostanzialmente soddisfatto dell'operato di Del Pozzo, soprattutto per il fatto che il vicario del vescovo di Albenga aveva rinunciato a incarcerare delle donne appartenenti alla nobiltà locale, di cui molti membri facevano parte dello stesso Consiglio degli Anziani. Anche il podestà Carrega si associò al parere degli Anziani scrivendo una lettera al governo genovese il 21 gennaio, in cui difendeva l'operato dei due vicari scagionandoli tra l'altro dall'accusa di aver provocato con le loro torture la morte di Isotta Stella e dell'altra donna che era deceduta in seguito alla caduta dalla finestra. Intorno al 10 gennaio i due vicari erano nel frattempo partiti da Triora lasciando in carcere tutte le streghe arrestate.

 

Ai primi di febbraio il Parlamento triorese, con una lettera inviata al governo di Genova, supplicò i governanti genovesi di provvedere alla revisione dei processi contro le donne trioresi accusate di stregoneria affinché le colpevoli fossero punite e le innocenti liberate e il popolo di Triora liberato dall'onta di annidare al suo interno delle donne eretiche. Il governo genovese allora, anche per tutelare i legittimi diritti dei suoi cittadini, decise di inviare a Triora l'Inquisitore Capo, che vi giunse ai primi di maggio del 1588. Egli ascoltò le donne incarcerate, che erano detenute da cinque mesi e che negarono tutte, tranne una, quanto avevano confessato in precedenza ai due vicari, e decise di tenerle tutte in carcere meno una, una fanciulla di 13 anni, che venne liberata e il 3 maggio abiurò nella chiesa della Collegiata durante la celebrazione di una messa solenne.

 

L'8 giugno 1588 giunse a Triora il commissario straordinario Giulio Scribani, inviato dal governo genovese per fare chiarezza sui processi intentati alle streghe. Qualche giorno dopo l'arrivo del commissario Scribani, il nuovo podestà del paese Giovanni Battista Lerice, in seguito ad un ordine ricevuto dal Padre inquisitore di Genova, mandò a Genova per la revisione del processo le streghe detenute nelle carceri di Triora. Il locale bargello, ossia il capo della polizia, Francesco Totti si occupò del trasferimento delle tredici donne trioresi accusate di stregoneria, che gli vennero consegnate il 27 giugno. Intanto Scribani intentò regolari processi a diverse donne di Triora e dei dintorni, arrestandone diverse e sottoponendole ad atroci torture, che provocarono da parte del popolo le stesse lagnanze che si erano avute contro i due vicari qualche tempo prima.

 

Secondo una relazione inviata in giugno al governo genovese, Scribani individuò tre donne di Andagna, Bianchina, Battistina e Antonina Vivaldi-Scarella, che, benché non sottoposte ad alcun tormento, si erano dichiarate colpevoli di enormi delitti, tra cui anche omicidi di bambini innocenti di Andagna. Il commissario intentò processi anche contro una ventina di donne di Castelfranco, Montalto Ligure, Porto Maurizio e Sanremo. Il 22 luglio Scribani mandò quindi a Genova i verbali degli interrogatori delle streghe accompagnandoli con la richiesta di condanna a morte per quattro donne di Andagna. Appena ricevuta la documentazione inviata da Scribani, il governo della Repubblica affidò al suo auditore e consultore Serafino Petrozzi il compito di decidere in merito alle richieste avanzate da Scribani. Petrozzi respinse però tutte le conclusioni e le proposte di pena del giudice Scribani, sostenendo che non si potevano adottare provvedimenti punitivi mancando delle prove certe e inconfutabili.

 

Il primo di agosto il governo genovese invitò quindi Scribani, a cui era stata prorogata di un mese la missione a Triora, a mandare le prove relative ai delitti commessi dalle streghe come richiesto dall'auditore Petrozzi. Sette giorni dopo, l'8 agosto, Scribani rispose da Badalucco che non poteva inviare alcuna prova in quanto i delitti o erano stati commessi molto tempo prima cadendo perciò nell'oblio o erano avvenuti in luoghi fuori dai confini della Repubblica genovese. Sostenne però che i delitti consumati dalle quattro streghe di Andagna erano tutti sufficientemente provati. Nonostante ciò, in seguito alle obiezioni avanzate dal governo genovese, egli dovette rifare i processi a carico delle streghe di Andagna, che, con sentenza emessa il 30 agosto, vennero condannate a morte.

 

A Genova si decise allora di affiancare due altri commissari, il podestà Giuseppe Torre e Pietro Alaria Caracciolo, al giudice Petrozzi affinché si pronunciassero nuovamente sulle decisioni prese da Scribani. Messisi subito al lavoro, i tre giudici, contrariamente a quanto stabilito in un primo tempo, diedero parere favorevole alla condanna a morte delle quattro streghe di Andagna e di altre due streghe di Badalucco e Castelfranco, Peirina Bianchi e Gentile Moro. Dopo la decisione dei tre giureconsulti, il Senato genovese approvò la condanna a morte di cinque delle streghe accusate di delitti ordinando contemporaneamente di scrivere al vescovo di Albenga, affinché, prima che venissero eseguite le condanne a morte, le cinque condannate fossero riconciliate con la Chiesa.

 

Poco prima però di dar corso alle sentenze contro le cinque streghe con impiccagione e conseguente bruciatura dei cadaveri da eseguirsi quattro a Triora o ad Andagna e una a Castelfranco, giunse da Genova l'opposizione all'esecuzione delle sentenze da parte del Padre Inquisitore, che sostenne che prima di eseguire qualsiasi condanna a morte nel territorio della Repubblica genovese, spettava a lui, ossia alla Santa Inquisizione di Roma da cui egli dipendeva, fare il processo sui quali aveva diritto di giurisdizione l'autorità ecclesiastica.

 

Il 27 settembre 1588 il governo genovese informò quindi la Congregazione del Sant'Uffizio di Roma di aver accolto la domanda del Padre Inquisitore. Nel mese di ottobre il commissario Scribani inviò a Genova le quattro streghe di Andagna e una certa Ozenda di Baiardo, lamentando il fatto che la popolazione locale era rimasta molto delusa per la mancata esecuzione delle cinque condannate. Giunte a Genova via mare, le cinque donne vennero subito rinchiuse nelle carceri dell'Inquisizione. Poco tempo dopo il governo genovese mandò a Roma agli uffici della Congregazione del Sant'Uffizio gli atti relativi ai processi alle streghe incriminate.

 

La Congregazione tenne però gli atti per lungo tempo senza addivenire ad alcuna decisione tanto che il doge e i governatori genovesi scrissero più volte a Roma nel febbraio e nell'aprile del 1589 affinché il Sant'Uffizio prendesse quanto prima una decisione in merito. Il 28 aprile 1589 il cardinale di Santa Severina, a nome della Congregazione, assicurò il governo di Genova che erano stati impartiti ordini tassativi per una rapida conclusione della causa.

 

Il 27 maggio il doge e i governatori di Genova sollecitarono nuovamente la Congregazione, tramite il cardinale genovese Sauli, perché concludesse in tempi brevi la revisione del processo. Intanto, delle donne accusate di stregoneria detenute nelle carceri dell'Inquisizione genovese, due, tra quelle condannate a morte, erano nel frattempo decedute, mentre, delle tredici inviate da Triora nel giugno 1588, tre erano morte e le altre erano state probabilmente rimandate libere al loro paese natale. Il 28 agosto 1589 il cardinale di Santa Severina annunciò al governo genovese che il procedimento di revisione del processo era finalmente terminato.

 

Da quanto riferito dal cardinale di Santa Severina al governo di Genova, si può dedurre che il tribunale della Santa Inquisizione aveva presumibilmente cassato alcune delle condanne a morte comminate dall'autorità ecclesiastica genovese, stabilendo con ogni probabilità che le ultime tre streghe rimaste ancora nelle carceri genovesi venissero scarcerate. Nello stesso mese di agosto la Santa Inquisizione decise anche di aprire un procedimento contro il magistrato genovese Giulio Scribani per aver invaso il campo riservato all'autorità ecclesiastica.

 

Di fronte però alla strenua difesa dell'operato del proprio giudice sostenuta dalla Repubblica genovese, che ne aveva raccomandato l'assoluzione, i cardinali inquisitori decisero intorno al 10 agosto di assolvere Scribani con formula piena purché egli ne facesse pubblica richiesta al vicario arcivescovile di Genova, come infatti avvenne pochi giorni dopo. Il processo alle streghe di Triora del 1588 contribuì tra l'altro a mettere in luce le complesse motivazioni che erano alla base dei contrasti tra Stato e Chiesa in merito ai processi alle streghe, la grande facilità con cui tribunali di diversa natura si rimproveravano tra loro di eccessiva severità e le non lievi responsabilità dei giudici dell'epoca nel condannare senza adeguate prove, e spesso alla pena capitale, le donne accusate di stregoneria.

 

 

LE STREGHE DI TRIORA

 

Per la donna triorese quell’insignificante pianta, chiamata erba della Madonna, rappresenta un vero toccasana contro ogni male, dall’insonnia al mal di pancia, dal raffreddore ai disturbi nervosi. Prelevandone una manciatina dal barattolo non fa che perpetuare una pratica atavica. Il nome volgare dell’erba, strigonella o erba stregona, è una delle numerose contraddizioni insite nella storia delle streghe di Triora.

 

Anche la mamma che sfrega l’aglio o pone il rametto di assenzio sul pancino del bimbo agitato per scacciare i vermi e gli spiriti maligni non fa che confermare antiche conoscenze.

 

Ora, almeno ufficialmente, le streghe a Triora non esistono più; rimane il ricordo di racconti fantastici, popolati di incubi ma soprattutto le lettere, i verbali di interrogatori e torture e le sentenze di condanna a morte di oltre quattrocento anni fa. Quelle pagine ingiallite dal tempo parlano di donne accusate delle colpe più orrende: l’infanticidio, l’accoppiamento carnale con il diavolo, l’inaridimento delle mammelle delle mucche e l’inacidimento del latte materno. Una bàgiua aveva provocato una tempesta talmente dannosa da compromettere definitivamente il raccolto delle vigne per almeno tre anni, un’altra ancora aveva confezionato un veleno, composto da cervello di gatto e si sangue umano, facendolo ingerire mortalmente ad un cappellaio genovese. Talvolta, per guastare chi avesse loro arrecato qualche sgarbo, si trasformavano in gatti, intrufolandosi nelle abitazioni; non disdegnavano neppure di assumere le sembianze di un caprone, magari per volare all’isola della Gallinara.

 

Anche una presunta carestia era colpa, anzi la principale colpa - quella che diede inizio alla triste vicenda, con lo stanziamento di ben cinquecento scudi da parte del Parlamento - di quelle trenta donne, di quel fanciullo anch’egli accusato e di quello stregone finito dietro le sbarre delle carceri genovesi….Se i roghi non illuminarono l’Alta Valle Argentina, non fu certo dovuto ad un atto di clemenza, bensì ad un aspro contrasto fra le autorità civili e quelle religiose.

 

Passando per le vie dell’antico borgo medievale, si provano ancora improvvisi brividi; alle inferriate delle abitazioni di Via San Dalmazzo, adibite a carcere, sembrano giungere lamenti, che a poco a poco a poco diventano urla raccapriccianti.

 

Il costituto dei tormenti di Franchetta Borelli testimonia la crudeltà del Commissario straordinario della Repubblica di Genova, Giulio Scribani, autentico mattatore della vicenda, distintosi in una frenetica e fruttuosa caccia alle streghe lungo tutto il territorio dell’antica podesteria. Franchetta nulla confessava, perché nulla aveva commesso; eppure venne sottoposta per due giorni alla tortura del cavalletto; dalle sue parole, dalle sue richieste di misericordia traspare il rimpianto per non poter andare nei boschi dove, sono parole sue, nascevano così belle castagne marroni…

 

L’inumano Commissario, in preda a veri e propri raptus, venne dapprima scomunicato per la sua ferocia ed implacabilità ma successivamente assolto per questioni meramente politiche e di convenienza. Presso la Cabotina, casolare dall’aspetto tetro da sempre creduto dimora delle streghe, durante certe notti nebbiose sembrano risuonare grida gutturali, mentre luci illuminano improvvisamente la zona, dandole un aspetto vieppiù sinistro.

 

Qualcuno, giunto nei pressi della fontana di Campumavue o vicino alle limpide cascate del Lagudegnu, si fa il segno della croce; qualcun altro esita prima di prendere un sentiero che conduce ad un casolare un tempo abitato da una strega.

 

Le streghe non sono morte. Sopravvivono, oltre che nei gesti e nelle abitudini quotidiane, tra i muri, nelle foreste e presso le sorgenti della magica ed incantevole Valle Argentina.

 

 

COME ARRIVARE

 

Triora è un borgo dell’Alta Valle Argentina, nell’entroterra di Arma di Taggia. Per raggiungerlo in auto bisogna prendere la A10 Genova-Ventimiglia in direzione Ventimiglia e uscire ad Arma di Taggia. Di lì basta seguire le indicazioni per Taggia e al bivio proseguire per Triora. Per chi viaggia in treno, occorre andare in direzione Ventimiglia e scendere alla stazione di Taggia Arma o a quella di Sanremo.

 

Per maggiori informazioni su come arrivare in auto:

 

Da Milano

Da Torino

Da Venezia

Da Roma

Da Napoli

 

Per informazioni sugli autobus, scaricate il PDF degli orari qui e cercate a pagina 30.

 

Comune di Triora

www.comune.triora.im.it

 

 

DOVE ALLOGGIARE

 

HOTEL E BED & BREAKFAST

 

Colomba d’Oro Hotel & Restaurant

Corso Italia 66

18010 Triora (IM)

tel. 0184.94051

info@colombadoro.it

www.colombadoro.it

 

B&B La Tana delle Volpi

L.go Tamagni 5

18010 Triora (IM)

tel. 0184.94686

cell. 339.7764198

info@latanadellevolpi.it

www.latanadellevolpi.it

 

Antico Ristorante Albergo Santo Spirito

Piazza Roma 23

18010 Molini di Triora (IM)

tel. 0184.94019

info@ristorantesantospirito.com

www.ristorantesantospirito.com

 

Albergo Ristorante Bar La Vecchia Partenza

Via provinciale 25

Monesi di Triora

tel. 0183.326574

 

 

RISTORANTI e BAR

 

Bar Vecchi Ricordi

Corso Italia 46

18010 Triora (IM)

tel. 0184.94237

 

Bar Vittoria

Via Provinciale

Monesi di Triora

tel. 0183.326570

 

Osteria del Borgo Antico

Via Roma 6

18010 Triora (IM)

tel. 0184.94392

 

Ristorante Bar Loreto

Reg. Loreto 9

Loreto

tel. 0184.94090

 

Ristorante Pensione Il Poggio

Str. Nuova 2

Verdeggia

tel. 0184.94189

www.ilpoggio-verdeggia.it

Locanda Le Macine del Confluente

Località Oxentina snc.

18010 Badalucco (IM)

tel. 0184.407018

jjp@tim.it

www.lemacinedelconfluente.com

 

Per maggiori informazioni: www.comune.triora.im.it

 

 
 


LA CHIESA DI SAN BERNARDINO

Tra i luoghi più arcani e suggestivi di Triora, la chiesa di San Bernardino è quello che più colpisce l’immaginario del visitatore per la sua atmosfera inquietante e terribile. Dall’esterno pare una pacifica chiesa rurale affacciata sulla valle all’ombra di un ippocastano, ma gli affreschi che custodisce al suo interno irrompono violentemente alla vista con scene tragiche, pietose e grottesche. Un Giudizio Universale che mostra l’Arcangelo Michele che pesa le anime accanto a demoni che si affannano sghignazzanti a squartare, mutilare, tritare tra fiamme e schizzi di sangue. In un pozzo infuocato cuociono immersi nel brodo ardente “fatucerie e gàzari”, fattucchiere e catari, gli eretici che fecero tremare la Chiesa Romana. Sul fondo una moltitudine di bambini lividi dagli sguardi ansiosi e dolenti che si stringono sottoterra al riparo delle ali spiegate di un enorme pipistrello. È il “sepolcro degli infanti morti senza battesimo, detto Limbo”, sono i bambini rapiti di notte dalle streghe, quelli morti senza battesimo e sepolti sul sagrato di San Bernardino.

IL MITO DI TRIORA

di Diego Cajelli

Un sottile lembo di asfalto che sale, ripido, circondato da un bosco fitto di alberi, dove le foglie hanno tutti i colori dell’autunno, ma solo durante il giorno, già alle sei di sera diventa tutto nero come la pece e la paura. Curve e tornanti, ponticelli di sasso che attraversano un fiumiciattolo, carezzo le fronde degli alberi, giro, salgo lungo una curva e mi ritrovo a Triora. Uno dei pochi borghi al mondo ad avere un sottotitolo ufficiale: Triora, il paese delle streghe. A Triora hanno costruito un autentico mito basato sui metatesti, un mito fondato sulle atmosfere, sui si dice, sul pare sia successo, sulle leggende, su un processo per stregoneria avvenuto nel ‘500. Una favolosa e terrorizzante mitologia locale, gestita, amplificata e utilizzata con enorme intelligenza e creatività. Nulla sfugge alla presenza costante del mito, un cioccolatino al latte è: “Il Bacio Della Strega”, un’ottima salsa di cipolle e aceto balsamico diventa: “La Polpa della strega”. All’interno del suo contesto, fatto di case di pietra e di ripide salite, la “stregonizzazione” non assume un tono fastidioso, anzi, diventa naturale, endemico come un’oliva taggiasca. Con cartelli stradali, murales, statue di bronzo e feste a tema si coltiva la memoria delle leggende, trasformando il folklore del luogo in un qualcosa di attivo e presente nel quotidiano. A Triora, la sera, con il buio, ogni anfratto, ogni vicolo, ogni carruggio inquieta, la tensione trasuda dalla bruma, ed è difficile capire se la sensazione di disagio che avverto arriva veramente da un qualcosa di negativo nell’aria o se è solo autosuggestione, frutto di tutto quello che mi hanno detto e raccontato. Questa è la forza del luogo, la sua bellezza e la sua attrattiva, è l’aspettarsi una risata nel buio mentre si cammina lungo un sentiero, che non è un normale sentiero, è il sentiero delle streghe.